Aliquote alte e regole “volubili”, le spine del Fisco

Milano N on è solo una questione di quanto, ma anche di come. La concorrenza fiscale non è una partita che si gioca esclusivamente sulle aliquote (che in ogni caso assumono un peso rilevante, basti pensare all’accento messo da Donald Trump sulla questione, in occasione della campagna elettorale americana), bensì anche sul versante della stabilità delle regole, della certezza del diritto e della rapidità del contenzioso tributario. Tutti fronti sui quali l’Italia arranca rispetto agli altri Paesi occidentali. Secondo uno studio dell’Ocse, nell’arco di 30 anni (1984-2014) la tassazione sulle imprese in Italia è stata modificata 32 volte: colpa dei continui cambi di governo, e di relativa direzione politica, ma anche di scarsa attenzione alle esigenze di chi fa business. Per un imprenditore che è chiamato a pianificare gli investimenti, e ha quindi bisogno di farsi un’idea su cosa lo attende in termini di costi da affrontare, non è certo il contesto migliore. Dal report emerge che solo la Francia ha fatto più cambiamenti di noi nell’arco di tempo considerato (ben 40), mentre tutti gli altri hanno privilegiato la stabilità, o quanto meno si sono limitati a intervenire solo quando strettamente necessario e non per seguire i mutevoli orientamenti dell’elettorato di riferimento, se non addirittura i gruppi di pressione. Il difficile rapporto contribuente- Fisco è uno dei motivi che comporta la bassa posizione dell’Italia (122esimo posto) nel rapporto Paying Taxes curato dalla Banca Mondiale e da Pwc. Nel 2016 il Total Tax & Contribution Rate, che misura il carico fiscale e contributivo per le imprese, il tempo necessario per i diversi adempimenti relativi alle principali tipologie di imposte e contributi e il numero dei versamenti effettuati, si è attestato al 48%. Un dato superiore di nove punti alla media europea e di otto nei confronti di quella mondiale, per quanto in miglioramento rispetto al passato, grazie soprattutto agli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato.

Che però sono interventi di durata limitata e non certo strutturali. Secondo l’ufficio studi della Cgia, le nostre imprese versano al Fisco 1.056 miliardi di euro all’anno: nell’Unione europea solo le aziende tedesche pagano un importo complessivo superiore, 135,6 miliardi, anche se va ricordato che la Germania conta 22 milioni di abitanti in più. Mente nessuno ci batte quando si passa ad analizzare l’incidenza delle tasse pagate dalle aziende sul gettito fiscale totale: in Italia è del 14,9%, un decimale sopra l’Irlanda, mentre la Spagna si ferma all’11,8%, la Germania all’11,6% e la media europea è dell’11,5%. Per una multinazionale che deve decidere dove insediare un nuovo stabilimento, sono numeri che possono fare la differenza. Soprattutto se sommati ad altri indicati, come il peso della cattiva burocrazia sulle Pmi, che la stessa Cgia stima in 31 miliardi di euro. Anche se l’ufficio studi segnala i miglioramenti in atto, a cominciare dal taglio dell’Ires (Imposta sui redditi delle società di capitali), che consente alle società di risparmiare 3,9 miliardi di euro di tasse all’anno. Il peso del Fisco è una zavorra per le aziende del nostro Paese chiamate a competere su scala globale: c’è da fare i conti con i costi da affrontare, con le incertezze amministrative da gestire, con le lentezze dei tribunali nel prendere decisioni. Tutti fattori che finiscono con il comprimere i margini. Non solo: Unimpresa segnala che il 62% delle micro, piccole e medie imprese italiane è costretto a ricorrere a un finanziamento per onorare le scadenze fiscali. Ci si indebita per pagare le tasse, dunque, prima ancora per investire con l’obiettivo di programmare la crescita. (l.d.o.) Nell’arco degli ultimi 30 anni solo il Fisco francese ha fatto più cambiamenti di quello italiano, mentre tutti gli altri Paesi europei hanno privilegiato la stabilità. Questo quadro di incertezza rende difficile la vita agli imprenditori. È un problema assillante più dell’alta tassazione, che comunque continua ad essere al centro delle critiche

Notizia pubblicata su www.repubblica.it

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